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7.1.10

Yemen, quando la fretta è cattiva consigliera

 

 

Le autorità di Sana'a smentiscono l'arresto del capo di al-Qaeda, anche perché quello vero è un imam nato e cresciuto negli Usa

 

Yemen

 

Il vertice di martedì 5 gennaio nella Situation Room, un locale blindato qualche piano sotto lo Studio Ovale alla Casa Bianca, deve essere stato un vero e proprio regolamento di conti tra le troppe agenzie della sicurezza negli Usa. Il presidente Obama furioso, attaccato dai media conservatori e non, voleva subito un risultato da esporre nei telegiornali degli Stati Uniti d'America.

Errore di persona. La fretta, però, è cattiva consigliera e ieri i media Usa ed europei si sono precipitati a celebrare l'arresto del 'capo di al-Qaeda in Yemen'. Solo che non era vero, sia perché le autorità yemenite oggi hanno smentito di aver arrestato Mohammad Ahmed al-Hana sia perché non è lo stesso al-Hana il leader della rete di estremisti islamici nello Yemen.
La fretta, come detto, di segnare un punto a favore della 'lotta al terrorismo' ha confuso le carte. Al-Hana, in realtà, è l'uomo che comandava la cellula che, nei giorni scorsi, si è impadronita di un carico di armi ed esplosivi che viaggiavano (piuttosto incautamente) su sei camion dell'esercito yemenita diretti alle truppe al fronte che combattono nel governatorato di Saada, nello Yemen settentrionale, contro i ribelli sciiti fedeli al predicatore al-Houti. I fondamentalisti di al-Hana hanno attaccato il convoglio e si sono impadroniti delle armi. Allarme rosso in Yemen e ambasciate che chiudono nella capitale, in quanto tutti erano convinti che il carico sarebbe stato utilizzato per colpire obiettivi nella capitale.

 

Ansia da prestazione. Nelle prime ore dopo la scomparsa del carico i reparti speciali dell'esercito yemenita hanno dato vita a una furiosa caccia all'uomo e, nel giro di poche ore, hanno ritrovato la banda e hanno ingaggiato battaglia. Due miliziani, il 5 gennaio, sono stati uccisi durante l'operazione e altri tre feriti e poi piantonati in ospedale. Ieri, 6 gennaio, la diffusione della notizia della cattura di Mohammad Ahmed al Hana, capo del gruppo, sfuggito in un primo momento alla cattura.
Notizia eccellente per Obama che, domani, ha annunciato un resoconto sconvolgente che dimostra come l'intelligence Usa aveva tutte le informazioni necessarie per fermare Umar Farouk Abdulmutallab, il ragazzo nigeriano che il 24 dicembre scorso ha tentato di farsi esplodere su un volo Amsterdam - Detroit.
Sul sito dell'ambasciata Usa a Sana'a, prontamente riaperta, il Dipartimento di Stato statunitense si congratulava con le autorità yemenite e, anche se non poteva scriverlo, riteneva di poter meglio giustificare la pioggia di denaro che arriva da Washington ma che per adesso ha prodotto risultati mediocri.

Washington - Sana'a: alta tensione. Prima di tutto l'evasione, nel febbraio 2006, di 23 detenuti da un carcere di massima sicurezza della capitale yemenita. Tra loro le menti dell'attentato dell'ottobre 2000 contro il cacciatorpediniere Uss Cole della marina militare Usa, nel quale persero la vita 17 marinai statunitensi. Come se non bastasse, sono decine i detenuti di Guantanamo che provengono dallo Yemen e molti di quelli rilasciati e spediti in patria sono tornati nel giro di poche ore tra le file dei combattenti. Il presidente Usa Obama, in campagna elettorale, ha fatto della chiusura della prigione di Guantanamo un punto d'onore per lo stato di diritto Usa. Per adesso la base è ancora aperta, ma Obama e il suo staff già immaginano gli attacchi della destra rispetto alla chiusura della prigione.
Insomma serviva un risultato, ma è quello sbagliato. Come detto Mohammad Ahmed al-Hana non è tra le persone catturate ieri e, cosa ancora più importante, non è il capo di al-Qaeda in Yemen.
Il vero leader, re incontrastato del web con le sue fatwe, è Anwar al-Awlaki, l'uomo indicato dallo stesso ministro degli Interni dello Yemen come mentore di Abdulmutallab.

Il vero capo. Al-Awlaki, 38 anni, è nato negli Usa, nel New Mexico, dove suo padre insegnava all'università. Dopo studi da ingegnere, si è dato agli studi religiosi diventando uno degli imam più estremisti. Sempre lui avrebbe istruito Nidal Malik Hasan, l'ufficiale che ha massacrato il 5 novembre scorso 13 persone nella base militare Usa di Fort Hood.
Al-Awlaki tornò in Yemen con la famiglia, prima di rientrare negli Usa dove lavorò come imam a San Diego e dintorni. Venne arrestato una prima volta nel 1996, con l'accusa di induzione alla prostituzione. Una pagina oscura nella vita di questo fervente musulmano, o più prosaicamente dei contatti con reti di criminalità ordinaria per finanziare altre attività? In quel periodo ha frequenti contatti con almeno due degli attentatori dell'11 settembre 2001. Proprio dopo l'attacco alle Torri Gemelle lascia per sempre gli States, ma non si rifugia su una montagna abbandonata del Pakistan, bensì a Londra. La capitale del più importante alleato Usa nel mondo lo ospita per ben due anni, prima di tornare in Yemen. Dove si trasferisce, indisturbato, nella provincia di Shabwa. Gli Usa, alo Yemen, hanno dato milioni di dollari per combattere persone come Anwar al-Awlaki, ma nulla è stato fatto. Obama, nel suo rapporto sconvolgente, dovrebbe spiegare come è possibile che al-Awlaki si sia mosso, per anni, liberamente. E dovrebbe farlo anche se è molto imbarazzante ammettere che è lui il vero capo di al-Qaeda in Yemen.

 

Fonte: Peacereporter

LA CLASSICA FIGURA DA CIOCCOLATAI!!!

1.1.10

Pensiero di fine anno dalla Danimarca

Lettera da Copenhagen di Luca Tornatore e degli altri attivisti ancora trattenuti nelle carceri danesi dalle giornate del Cop15

Luca Tornatore

C'è del marcio (non solo) in Danimarca. E' un fatto assodato che migliaia di persone siano state considerate, senza alcuna prova, una minaccia per la società. Centinaia di queste sono state arrestate e alcune rimangono tuttora detenute, in attesa di giudizio o sotto inchiesta. Tra loro anche noi, i firmatari di questa lettera.Vorremmo raccontarvi la storia dal peculiare punto di vista di chi ancora vede il cielo attraverso le sbarre. Una riunione ONU di importanza cruciale è fallita a causa delle molte contraddizioni e delle tensioni emerse durante COP15. La maggiore preoccupazione dei potenti è stata la gestione del rifornimento energetico nella prospettiva di una crescita infinita. Così è accaduto, sia nel caso dei paesi sovra-sviluppati, come quelli dell'Unione Europea o gli U.S.A., sia nel caso dei cosiddetti paesi in via di sviluppo come la Cina o il Brasile. Al contrario, centinaia di delegati e migliaia di persone nelle strade hanno sottolineato quanto la logica della vita debba essere (ed in effetti è) opposta a quella del profitto. Noi abbiamo affermato con forza la nostra volontà di porre un freno alla pressione antropica sulla biosfera. Una crisi del paradigma energetico è dietro l'angolo. Il meccanismo della governance globale si è rivelato decisamente precario. I potenti hanno fallito due volte. La prima nel raggiungere un accordo di equilibrio interno. La seconda nel mantenere un controllo formale della discussione.Il cambiamento climatico è l'estrema e definitiva espressione della violenza del paradigma della crescita capitalista. In tutto il mondo molte persone stanno esprimendo, con forza sempre maggiore, la loro volontà di ribellarsi contro questa violenza. Lo abbiamo visto in Copenaghen e assieme abbiamo visto la stessa violenza di cui sopra. Centinaia di persone sono state arrestate senza alcuna ragione e senza prove, magari per aver partecipato a manifestazioni pacifiche e legittime. Persino semplici esempi di disobbedienza civile sono stati considerati come una seria minaccia all'ordine sociale. In risposta noi chiediamo: Quale ordine minacciamo e chi lo ha costruito? Si tratta di quell'ordine in cui non siamo più padroni dei nostri corpi? Un ordine ben oltre i termini di ogni ragionevole “contratto sociale” che saremmo disposti a firmare, dove i nostri corpi possono essere presi, governati, costretti e imprigionati senza alcuna prova certa di crimine. Si tratta di quell'ordine in cui le decisioni sono sempre più protette da ogni conflitto sociale? Dove la governance appartiene sempre meno alle persone, nemmeno attraverso il parlamento? In verità, a governare al di sopra di ogni controllo sono organismi non democratici come il WTO, il FMI e i vari G8, G22, G2, ecc. Siamo costretti a notare come il teatro della democrazia crolli non appena ci si avvicini al cuore del potere.Ecco perché pretendiamo che il potere ritorni alle persone. Vogliamo il potere di decidere delle nostre vite. Soprattutto, vogliamo il potere di contrapporre la logica della vita e dei commons a quella del profitto. Forse tutto ciò è stato dichiarato illegale, ma noi continuiamo a considerarlo pienamente legittimo. Visto che nel teatro crollato non rimane alcuno spazio reale, abbiamo costruito la nostra forza collettiva per prendere posizione sulla questione climatica ed energetica. Questione che, secondo noi, comprende nodi critici di giustizia globale, sopravvivenza del genere umano e indipendenza energetica. Lo abbiamo fatto scendendo in strada con i nostri corpi.Noi preferiamo entrare nello spazio chiuso del potere ballando e cantando. Avremmo voluto farlo al Bella Center, per disturbare la sessione assieme a centinaia di delegati. Ma siamo stati, come sempre, violentemente ostacolati dalla polizia. Hanno arrestato i nostri corpi nel tentativo di arrestare le nostre idee. Abbiamo messo a rischio i nostri corpi, tentando di proteggerli solo stringendoci uno all'altro. Noi diamo valore ai nostri corpi: ci servono per fare l'amore, per stare assieme e per goderci la vita. Essi contengono i nostri cervelli, con idee e visioni brillanti. Contengono i nostri cuori pieni di passione e di gioia. Ad ogni modo li abbiamo sottoposti al rischio di finire rinchiusi in prigione. Ma quale sarebbe il valore dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti se i nostri corpi non si muovessero? Non fare nulla, “lasciare che accada”, sarebbe la peggiore forma di complicità con il business che ha voluto sabotare il meeting delle Nazioni Unite. Ci siamo mossi al COP 15 e continueremo a farlo.

Proprio come l'amore, la disobbedienza civile non può essere raccontata. Dobbiamo farla con i nostri corpi. Altrimenti non penseremmo davvero a quello che amiamo e non ameremmo davvero quello che pensiamo. E' così semplice. E' una questione di amore, giustizia e dignità.
Il modo in cui si è concluso il COP15 prova che avevamo ragione. Molti di noi stanno pagando ciò che è inevitabile per una repressione ossessiva, totale e pervasiva: la necessità di trovare un colpevole ad ogni costo o di inventarselo (magari assieme al crimine). Siamo detenuti con accuse evidentemente assurde che riguardano violenze mai avvenute, cospirazioni e organizzazione di azioni contro la legge.
Non ci sentiamo colpevoli per avere espresso, in migliaia, la pretesa dell'indipendenza delle nostre vite dal diktat del profitto. Se le leggi si oppongono a questo, allora è stato legittimo violarle pacificamente (seppur con determinazione). Siamo solo temporaneamente trattenuti, pronti a navigare ancora con un vento più forte che mai. E' una questione di amore, giustizia e dignità.

Luca Tornatore

Natasha Verco - Climate Justice Action
Johannes Paul Schul Meyer
Arvip Peschel
Christian Becker
Kharlanchuck Dzmitry
Cristoph Lang
Anthony Arrabal

Fonte: Globalproject

SIAMO IN MOLTI, PRONTI A NAVIGARE CON UN VENTO PIU' FORTE CHE MAI!!!

9.10.09

Hasta la Victoria!!!

Fonte: Pdcitv

21.9.09

Don Giorgio e il commento dello scandalo

 

 

Don Giorgio de Capitani

Perché onorare la morte di mercenari, quando ben pochi si ricordano dei veri testimoni della carità e della giustizia?


La notizia è nota. È andata su tutti i quotidiani, in tv, è rincorsa in tutto il Paese. Appunto, come una folgore. Sei militari italiani, parà della Folgore, sono morti e altri quattro sono rimasti feriti in Afghanistan in seguito a un attentato kamikaze che ha colpito un convoglio della Nato sulla strada che porta dal centro cittadino all'aeroporto della capitale, Kabul.
Tutti hanno espresso rabbia, disapprovazione, con le solite parole di rito. Ipocrite. Come si fa a non imprecare contro gli attentatori, vigliacchi, delinquenti, ecc. ecc. ? Il nostro Ministro Ignazio La Russa - a cui evito l'epiteto dell'articolo precedente che l'Avvocatura in persona della Curia m milanese mi ha costretto a cancellare, dietro velate minacce - è stato veramente efficace: "vigliacchi, infami, non ci fermeranno". Contro chi l'onorevole (!) ha scagliato queste parole? Non lo sa nemmeno lui. "Non ci fermeranno": ma dove vorrebbe andare il Ministro? Lo sapete voi? Io no.
Gli italiani, lo sappiamo, sono un popolo dalle lacrime facili, dalle emozioni immediate, pronti subito a parlare del milan o dell'inter. Ma si dicono cristiani, perciò dalla parte delle apparenti vittime, vittime di un sistema che le ha contagiate di una esaltazione paranoica patriottica.
Perché non riflettere seriamente?
Subito ci si lascia prendere dalla paura di essere tacciati di antipatriottismo o, ancor peggio, di quella anti-italianità che sembra la vergogna del miglior italiano.
Si ha paura a dire ciò che tanti pensano, proprio perché ci si sente addosso tutti i giudizi di un Paese che in certe occasioni, solo in certe occasioni, si sente in dovere di stare unito. Sembra che solo l'amor di Patria unisca gli italiani, non interessa se poi su tutto il resto si dividono fino a dilaniare la stessa Costituzione.
Perché, allora, non si ha il coraggio di dire che i nostri militari che si trovano nelle zone calde di una guerra non sono altro che mercenari, pagati profumatamente dal governo, cioè da noi, per svolgere un mestiere (perché parlare di "missione", parola nobile da lasciare solo ai testimoni della carità?) che consiste nello sparare su bersagli umani, senza distinguere troppo se si tratta di bambini o di nemici armati?
Quanti bambini morti o feriti gravemente, effetti collaterali di quel brutto mestiere che si chiama guerra!
I nostri militari firmano, sanno quello a cui vanno incontro, vengono stipendiati, e perché allora idolatrarli quando ci lasciano la pelle?
Ma certo che sono persone, e che di fronte alla morte tutti meritano rispetto. Ma proprio tutti?
E chi piange i morti a causa della fame, della violenza, delle ingiustizie?
Perché onorare la morte di mercenari, quando ben pochi si ricordano dei veri testimoni della carità e della giustizia?
Chi si è ricordato e si ricorda di Teresa Sarti, moglie di Gino Strada? Una grande donna, altro che i maschioni fascistoidi della Folgore!
Perché a lei nessun riconoscimento dello Stato?
Lo Stato si è ricordato di Mike Buongiorno, e l'ha gratificato anche economicamente con un funerale di Stato, ovvero tutto a spese dei cittadini italiani.
Non parliamo della Chiesa che ha tributato al super-divorziato gli onori di un santo, con solenni esequie celebrate in quel Duomo che, se potesse parlare, urlerebbe tutta la propria rabbia. Perché due pesi e due misure?
Mercenari, sì, i nostri soldati, anche se, dicono, ormai si va verso un esercito di professionisti. In fondo, l'abbiamo voluto noi: abbiamo lottato, anche con l'obiezione di coscienza, perché si potesse rifiutare il servizio militare. Ed ecco i frutti: un esercito di gente altamente specializzata per sparare "meglio", per colpire "meglio" l'avversario.
E, infine, non ci si arrabbia al pensiero di milioni di soldati che nelle precedenti guerre mondiali sono morti, senza ricevere una lira, senza alcun riconoscimento da parte dello Stato? Poveri cristi: obbligati, pena il delitto di diserzione, ad abbracciare una divisa e andare in guerra. Per quale scopo?
E noi siamo qui a onorare dei mercenari?
Notabene. Perché il Governo, o chi per esso, non fa una legge che almeno proibisca a chi è sposato e soprattutto ha dei figli di fare il militare nelle zone a rischio?

 

 

Fonte: Don Giorgio

I MIEI SINCERI COMPLIMENTI A DON GIORGIO!!!

19.9.09

1.9.09

Ciao Teresa




Teresa Sarti
28 marzo 1946 - 1 settembre 2009

Dopo avere insieme condiviso per quindici anni il tempo dell'amicizia, del rispetto per la vita e per la sofferenza di tutti, dopo il lungo tempo di affetto, di speranze, di timore per la sua sorte personale, Emergency annuncia la morte della sua presidente Teresa Sarti Strada.
Con la stessa apertura e con la stessa semplicità che aveva voluto per la vita di Emergency, Teresa ha accettato anche in questi suoi ultimi giorni la vicinanza di tutti coloro che hanno voluto esserle accanto. La serenità consapevole con la quale è andata incontro alla conclusione del suo tempo ha espresso il coraggio e la determinazione che rappresentano la verità della nostra azione in un'attività che ha dato senso alla sua e alla nostra esistenza. La dolcezza del ricordo coincide per noi con il rinnovo dello nostro impegno per la pace e per la solidarietà.

EMERGENCY


Fonte: Emergency

25.8.09

Carlo Giuliani ragazzo

Carlo Giuliani murales Carlo Giuliani è stato ucciso per legittima difesa: la corte europea di Straburgo conferma le conclusioni della magistratura italiana sulla morte di Carlo, ucciso dallo sbirro in servizio Mario Placanica durante il G8 del luglio 2001.
Il carabiniere che al G8 di Genova uccise Carlo Giuliani agi'  quindi"per legittima difesa" , con buona pace dei sinistri che guardano sempre all'Europa per lamentarsi di un'Italia dominata dai Berlusconi, quella stessa Europa che impone le direttive infami che permettono ad un governo come quello italiano di licenziare in parlamento leggi disumane come quelle contenute nel famigerato "Pacchetto Sicurezza".

Carlo Giuliani3 Secondo la sentenza della corte il militare che sparo' a Giuliani non e' ricorso a un uso eccessivo della forza, ma ha risposto a quello che ha percepito come un "reale e imminente pericolo per la sua vita e dei suoi colleghi". La Corte ha dato invece ragione ai familiari di Carlo Giuliani riconoscendo come l'Italia avrebbe dovuto svolgere un'inchiesta per stabilire se il fatto potesse essere ascrivibile a una cattiva pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico.
Un colpo al cerchio, uno alla botte: in questo la Giustizia Europea è migliore di quella italiana...

Carlo Giuliani2 Infine i giudici di Strasburgo hanno ritenuto che, a differenza di quanto sostenuto dalla famiglia Giuliani, il governo italiano abbia cooperato sufficientemente con la Corte, consentendo di condurre un appropriato esame del caso. Nessuna violazione, dunque, dell'articolo 38 della convenzione che impone agli Stati contraenti di fornire tutte le informazioni richieste dai giudici di Strasburgo. Come dire: tra comprimari non ci si pesta i piedi.
Carlo era uno di noi, ed era dalla parte giusta, e lo sarebbe stato anche in futuro se un carabiniere "in servizio" non avesse messo fine alla sua giovane vita. Per la legge la sua vita vale 40.000 euro, lo ha deciso la corte dei diritti dell'uomo, uno di quei mitici organismi che sembrano al di sopra del bene e del male.

 

Fonte: Infoaut

NON CHIEDETEMI DI AVERE FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA.....

PER FAVORE....

7.8.09

Cari fratelli clandestini







Care sorelle e fratelli immigrati in Italia o che state per venire,
dopo la giusta presa di posizione della S. Sede contro la legge razzista approvata dal Parlamento italiano in questi giorni, mi sono confrontato a lungo con i documenti del Magistero della Chiesa, con un insegnamento che non tentenna nell’affermare l’assoluta priorità per il cristiano di farsi prossimo a chi non ha prossimo. E, in questo particolare momento storico, chi è più privo di prossimo di voi, sradicati dalla vostra terra, lontani dalla patria e dagli affetti, scacciati dai Paesi ricchi?
Accettare fino in fondo il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa deve portare noi cristiani a denunciare fermamente l’imperante ondata di xenofobia nei vostri confronti, e deve farci andare controcorrente rispetto al dilagare del razzismo camuffato da presunta “sicurezza”. Inoltre, deve porci di fronte ad un dissidio inconciliabile: l’impossibilità di rispettare le leggi dello Stato che si ergono come muro ad arginare la massa dei disperati che preme.
Nella Bibbia si legge: “non dimenticate la filoxenia, alcuni praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli” (Eb.13, 2). L’autore della lettera agli Ebrei non chiede solo l’accoglienza dello straniero, ma l’amore per lui: la filoxenia appunto, che è l’esatto contrario della xenofobia. Si dice che l’Italia sia un Paese a maggioranza cattolica, o comunque di radici culturali cristiane, ma sembra che l’onda montante nel Paese abbia ben diversa matrice. E non mancano, ormai, forze politiche come la Lega, che squallidamente cavalcano questa pericolosa onda dell’intolleranza, esclusivamente per fini elettorali.
In questi giorni il Parlamento del mio Paese, che si dichiara a maggioranza cristiana, ha deciso di cacciarvi via, vuole respingervi dall’Italia. Mi sono interrogato su quale sia il ruolo del Parlamento: accettare il ricatto interessato di fascisti e leghisti a recepire e ratificare gli umori del Paese oppure - nel rispetto dello spirito della Costituzione - attraverso le leggi, aiutare questo Paese a crescere. Io non sono un esperto di leggi, né un esperto dei problemi dell’immigrazione, tuttavia mi permetto di ricordare ai parlamentari del mio Paese, che una legge per regolamentare l’ingresso degli immigrati e che costituisca la Carta fondamentale per una convivenza multietnica, non può fondarsi sulla repressione, sui respingimenti indiscriminati e sullo stato di polizia, ma deve avere come presupposto l’accoglienza. Non si può considerare, infatti, “hostis” chi il dato costituzionale e la nostra tradizione culturale considera “hospes”.
Perciò, fratelli migranti, invito a venire e restare in Italia perché non è vero che siete delinquenti, perché non è vero che venite a rubarci il posto di lavoro, perché non è vero che siete troppi, tanto da non poter essere integrati nel nostro tessuto sociale. Vi invito a venire e restare in Italia perché in ogni caso avete qualcosa da regalarci, perché potete aiutare questo Paese a cambiare, perché non ci sono soltanto quelli che non vi vogliono: per fortuna, ci sono tanti che sono contenti di avervi tra noi, e non vedo per quale motivo debba comunque prevalere il razzismo.
Venite e rimanete in Italia se questo è il posto in cui vi piace vivere, perché i confini territoriali, l’idea di patria e di nazione fanno parte del passato; siamo tutti, egualmente, cittadini dello stesso mondo.
Faccio mie le parole di don Tonino Bello, vescovo e presidente di Pax Christi, e vi chiedo di accettarle a nome di tutti i cristiani italiani: “Perdonaci, fratello straniero, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro”.
Fratelli migranti, non date retta a chi vuol farvi credere che l’Italia è un Paese razzista; sono invece convinto che ci sono tante persone che sarebbero davvero felici di stringersi un po’ per farvi posto. Io sono tra questi, pronto a disobbedire alla legge appena approvata dal Parlamento, una legge ingiusta, razzista e disumana; pronto ad ospitarvi e, se è il caso, a nascondervi. E sono certo che tantissimi miei confratelli preti e connazionali italiano faranno altrettanto. I padri della Chiesa da sempre hanno affermato che “una legge ingiusta non è una legge, e disobbedirle è un dovere”. Per questo sono pronto a pagare qualsiasi prezzo penale per la mia disobbedienza, anzi, al più presto mi autodenuncerò all’autorità giudiziaria per “istigazione a delinquere” e “apologia di reato”.
Intanto, per quanto mi riguarda, benvenuti in Italia fratelli migranti “clandestini”!



don Vitaliano






LA NOSTRA PATRIA E' IL MONDO INTERO!!!

3.8.09

Il vaticano attacca a testa bassa l'aborto farmacologico (approfondimento)

 

Ru 486 Il 31 luglio 2009 la AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha autorizzato l'uso in Italia del Mifepristone, noto anche come RU486 o pillola abortiva. Questo farmaco non va confuso con la pillola del giorno dopo, che è un anticoncezionale. La sperimentazione in otto ospedali italiani è durata anni, ma solo ieri si è giunti al via libera definitivo.
La decisione ci porta al livello degli altri paesi europei, dove il Mifepristone è massicciamente usato: era quasi un "atto dovuto", non solo per la situazione europea ma anche visto il precedente parere della commissione tecnico-scientifica.
Non sembra pensarla così il Vaticano, che ormai entra a gamba tesa nella vita politica italiana con una completa faccia di bronzo, senza tema che qualcuno dei nostri uomini politici difenda il "principio supremo" (parole della Consulta) della laicità dello Stato.
Mons. Sgreccia, massimo bioeticista pontificio, si è premurato di ricordare a tutte le donne cattoliche che l'aborto provoca la scomunica; lo stesso ha fatto il suo diretto successore Mons. Rino Fisichella dalle colonne de "L'Osservatore Romano".
"Avvenire" ha accusato alcune componenti del Governo di non aver fatto abbastanza per scongiurare la decisione della AIFA. Si aggiunge alle voci tonanti di Mons. Sgreccia, Mons. Fisichella e di Avvenire quella del vescovo di San Marino – Montefeltro, Luigi Negri, secondo cui il mifepristone è un "pesticida umano".
Nel frattempo 50 fascisti di Azione Giovani, a Roma, occupano per poco tempo la sede AIFA per protestare in modo squadristico e violento contro l'aborto.
A livello locale, al coro delle voci papaline si aggiunge quella di Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.
La studiosa, che non è un medico, ma una professoressa universitaria di fisica, ha rilasciato sulla "Eco di Bergamo" del 1 agosto 2009 un'intervista piena di inesattezze.
Morresi parla con dubbia cognizione di causa (è nel comitato nazionale di bioetica perché in quota CL) e diffonde spaventosi numeri sulla pericolosità della pillola senza citare fonti. Inoltre continua a soffermarsi sul rischio di emorragie per le donne che prendono il RU-486, quando nella sperimentazione italiana, svolta in otto ospedali su 1778 donne, c'è stata la necessità di trasfondere sangue in un solo caso (fonte "il manifesto", 01-08-09). Inoltre, come scrive sullo stesso numero de "il manifesto" Carlo Flamigni, professore di Ginecologia e Ostetricia all'Università di Bologna, le morti riportate, 29 su una platea di quasi un milione di utilizzi, sono dovute nella quasi totalità dei casi al mancato rispetto delle linee guida, che escludono dall'uso del farmaco donne che fumano molto, che hanno problemi di cuore o la pressione alta. Trovate l'articolo di Flamigni qui.
Proseguendo, l'ospedalizzazione per 15 giorni, invocata da Morresi, è stata sospesa in Francia perché ritenuta inutile al fine di garantire una maggiore sicurezza (cfr. il nostro articolo precedente).
Quanto alle generali preoccupazioni portate dalla professoressa, "non conosciamo i danni che può provocare nel corso degli anni la pillola", "se l'azione chimica può portare all'insorgere di tumori", esse non sono giustificate nel senso che valgono per qualsiasi nuovo farmaco, per definizione. Assumere rischi fa parte di qualsiasi introduzione di nuove sostanze sul mercato e, verrebbe da dire, di ogni cambiamento. Un principio di precauzione inteso in senso assoluto porta solo alla paralisi. La sperimentazione italiana non ha evidenziato nulla di preoccupante. Il mefipristone è inoltre già usato in moltissimi paesi (USA, UK, Francia, Spagna, Svezia...) e, sino ad ora, non pare tossico. Questo, del resto, è l'argomento decisivo contro la Morresi: se la pillola è così pericolosa, perché i più importanti paesi del mondo la usano come alternativa all'aspirazione tradizionale?
L'intervista de "L'Eco" alla professoressa Morresi è un tipico esempio dell'atteggiamento dei cattolici clericali di fronte a ciò che considerano sbagliato. Non si rassegnano al fatto che qualcuno possa pensare diversamente da loro e vogliono proibire per legge dello Stato ciò che ritengono peccaminoso, anche a costo di stravolgere la realtà e diffondere dati fuorvianti, se ciò giova alla causa della proibizione.
I cattolici clericali manifestano l'esatto opposto di una mentalità liberale, che è l'unica mentalità democratica: contestano nei fatti il principio che si può vietare solo per tutelare un diritto altrui.
E in questo caso quale diritto andrebbe tutelato? Quello dell'embrione?
Ma non sappiamo neppure se l'embrione sia una persona o meno, quindi se possa avere diritti in generale.
Invece è certo che una donna gravida abbia un corpo e che abbia potestà su di esso. Il corpo le appartiene e ne fa ciò che vuole: è un diritto che non può esserle sottratto e che fa parte del diritto più ampio all'integrità personale, lo stesso che rende ingiusti le lesioni e la tortura. La donna ha quindi il pieno, insindacabile diritto ad abortire se lo desidera e parimenti a non farlo se non lo desidera. Se una donna non potesse abortire, sarebbe spossessata del proprio corpo, deprivata di se stessa. Costringere una donna a una gravidanza è una violenza inaccettabile, come pure lo è non darle la facoltà di scegliere il modo in cui abortire, se più di uno è disponibile. Ci si augurerebbe che il governo non voglia ulteriormente mettere i bastoni fra le ruote all'esercizio di un diritto delle donne, ad es. imponendo lunghe ospedalizzazioni che sono già state superate in molte parti del mondo. Ma dopo la vicenda Englaro, gli atti d'indirizzo, i decreti anti-Cassazione e i parlamenti convocati ad horas, da questo governo ci si può aspettare solo il peggio.

 

Fonte: Tommaso Bruni Coordinatore circolo UAAR BERGAMO

20.7.09

Per non dimentiCarlo










CIAO CARLO!!!

30.6.09

Afghanistan: Maryam schiacciata dai volantini Nato

 

Afghanistan  Maryam

Una bimba di cinque anni schiacciata da un pacco di volantini della Nato. " Alle tre di mattina del 27 giugno, tutti sono stati svegliati dalle urla della piccola Maryam, schiacciata sotto uno scatolone da venti chili pieno di volantini informativi delle forze di occupazione Nato, lanciato da tremila piedi di altezza. Adesso è ricoverata all'ospedale di Emergency, a Lashkargah...". L'Isaf ha raccolto la denuncia e ha annunciato che presto rilascerà un comunicato sull'avvenuto

 

Fonte: Peacereporter

PAZZESCO, PAZZESCO!!!

28.6.09

Golpe in Honduras

 

 

Honduras Manuel Zelaya All'alba di questa mattina un gruppo di militari ha fatto irruzione nell'abitazione del presidente dell'Honduras Manuele Zelaya Rosales, dando il via quindi ad un colpo di Stato poche ore prima che il paese si recasse alle urne per un referendum che avrebbe dovuto decidere se tenere o meno, il prossimo novembre, in parallelo con le elezioni presidenziali, anche il voto per l'elezione di un'assemblea costituente per la riforma costituzionale dell'Honduras. I media mainstream internazionali stanno nuovamente alterando, nella loro banalizzazione e superficialità, il corso delle cose: il referendum odierno non avrebbe dovuto decidere se consentire o meno a Zelaya di presentarsi per un secondo mandato presidenziale.
Il presidente è stato, dopo il suo arresto, trasferito in una base aerea e fatto partire in direzione del Costa Rica. Diversamente da quanto ha sostenuto il ministro della sicurezza costaricano, Janina del Vecchio, il capo di Stato honduregno non avrebbe chiesto nessun asilo al governo del paese dell'America centrale: "Non ho chiesto asilo al governo del Costa Rica. Questo è stato un sequestro compiuto dai militari" ha dichiarato Zelaya ai microfoni di Telesur all'arrivo all'aereoporto di San Josè. A sentire le dichiarazioni fatte nelle ultime ore sembra essere stata la Corte Suprema a deporre il presidente.
Intanto i poteri sono stati presi temporaneamente dal presidente del Congresso e sono stati arrestati anche i principali sostenitori del referendum, tra i quali il sindaco di San Pedro Sula, Rodolfo Padilla, e 8 ministri del governo. I militari si sono odoperati per requisire i seggi referendari già allestiti. Secondo quanto riferiscono i media honduregni il parlamento designerà un nuovo presidente, nominando Roberto Micheletti, attuale numero uno del Congresso e detentore dei poteri temporanei.
Tensione a Tegucigalpa. Nella capitale un gruppo di almeno 500 persone si è riunito davanti il palazzo presidenziale appena avuta notizia del golpe in corso. La polizia ha sparato contro di loro gas lacrimogeni, disperdendo il campanello di protesta. Blindati dell'esercito sono stati dispiegati non solo lungo le strade di accesso alla residenza di Zelaya ma anche in strategici punti della città. Inoltre gruppi di militari hanno preso il controllo delle sedi di alcuni edifici della pubblica amministrazione. Nonostante la militarizzazione nelle ultime ore la capitale è diventata teatro delle proteste dei movimenti sociali che appoggiano Zelaya, barricate infuocate lungo le strade e opposizione in faccia ai militari.

 

Le reazioni internazionali al golpe
Il presidente del Venezuela Hugo Chavez è stato il primo a porsi in difesa del presidente Zelaya, schierandosi a difesa del presidente e accusando gli Stati Uniti di avere "molto a che fare" con un colpo di Stato definito "troglodita". Chavez ha invitato Barack Obama a pronunciarsi. Cosa che è avvenuta poco dopo, con il presidente Obama che si è detto "profondamente preoccupato", appellandosi all'Organizzazione degli Stati Americani affinchè "tutte le parti in causa rispettino lo stato di diritto". L'Osa ha indetto una riunione d'emergenza per discutere appunto della situazione in Honduras. L'Unione Europea ha condannato il colpo di Stato e chiesto il rilascio immediato di Zelaya. Il presidente della Bolivia Evo Morales ha fatto appello "agli organismi internazionali e ai movimenti sociali dell'America Latina" per la difesa dell'ordine costituzionale dell'Honduras.
Il presidente Chavez inoltre rincarato la dose dinnanzi alle voci che riportano del sequestro compiuto dai militari ai danni degli ambasciatori di Venezuela Cuba e Nicaragua: il presidente ha minacciato un intervento militare in Honduras se non dovesse essere liberato al più presto il diplomatico, per le forze armate venezuelane vi è lo stato di massima allerta. Obama è invece tornato sula questione dichiarando che "Non c'è stato alcun coinvolgimento statunitense in quest'azione contro il presidente Zelaya".


Perchè questo golpe?
Il presidente dell'Honduras Manuele Zelaya è di estrazione politica liberale, eletto tra le fila del centro-destra. L'anomalia di questa presidenza sta nel percorso che "Mel" ha compiuto durante il suo mandato, virando verso sinistra, in direzione delle istanze dei movimenti sociali ed indigeni, dando luogo quindi ad un connotato divario tra i poteri forti del paese, a lui avversari, e vasti strati della popolazione che ora costituiscono la sua base elettorale.
Il nodo dell'attrito che ha fatto da volano al golpe è stata dunque la decisione di proseguire comunque sulla via del referendum che si sarebbe dovuto tenere quest'oggi: Zelaya aveva promesso di andare avanti nonostante l'opposizione della Corte Suprema, dell'esercito, del Congresso come dei membri del suo stesso partito. Dall'altra parte i sondaggi davano l'85% di consensi al presidente sulla decisione di convocare un'assemblea costituente. Gli attori antagonisti al presidente (oligarchie economiche, gerarchie della chiesa e dell'esercito, casta politica) sono quindi lo scoglio contro cui Zelaya si è battuto, che hanno trovato l'aiuto dei media di comunicazione (appannaggio esclusivo, come nel resto del continete, del potere economico) e che hanno promosso il colpo di Stato.
A dimostrazione dello scontro tra poteri martedi scorso il parlamento ha approvato una legge per impedire il referendum prima o dopo le elezioni del 29 novembre prossimo. Un conflitto originato dalla decisione di Zelaya di rimuovere il capo di stato maggiore delle forze armate, Romeo Vasquez, e il ministro della difesa, Angel Edmundo Orellana, lo scorso 26 giugno, alla luce del rifiuto di entrambi a collaborare per l'organizzazione del referendum previsto per quest'oggi.
Poche ore dopo la rimozione del capo di stato maggio in Honduras si son tenute le prove generali del golpe: decine di soldati hanno circondato la residenza di Zelaya, punti nevralgici del paese sono stati occupati delle forze armate. Il colpo di stato del 26 giugno è poi fallito dinnanzi alla reazione dei movimenti sociali ed indigeni che hanno di risposta occupato sotto una pioggia battente la base militare della forza aerea nell'aeroporto internazionale di Tocontín, ma anche, secondo quanto dichiarato in seguito da Zelaya, dal rifiuto degli Stati Uniti di sostenere il colpo di mano.

 

Fonte: Infoaut

23.6.09

E' morto Khaled, palestinese di 79 anni

 

 

Khaled Hussein Achille Lauro

E’ morto stanotte Khaled Hussein, un anziano palestinese di ormai 79 anni richiuso da 14 anni nelle carceri italiane per scontare una condanna all’ergastolo per il sequestro della nave Achille Lauro.
E’ morto in una cella del braccio speciale del carcere di Benevento, una sorta di piccola “Guantanamo” nella quale sono reclusi tutti i detenuti in Italia per i reati di matrice islamica.
In questo reparto E.I.V. (Elevato Indice di Vigilanza), i detenuti hanno le finestre sigillate da lastre di plexiglass che impediscono non solo di guardare all’esterno, ma anche il necessario ricambio di aria.
Il torrido caldo di questi giorni deve essere stato fatale per il cuore già malandato di Khaled: da anni sofferente, come certificato clinicamente, di disturbi cardiaci, non gli è mai stato permesso di curarsi adeguatamente.
Per questo è opportuno parlare di un assassinio di stato, perchè Khaled è morto per la lentezza della burocrazia penitenziaria e la cecità del tribunale di soverveglianza: da mesi il suo legale aveva chiesto un permesso di pochi giorni per motivi di salute, per permettergli di poter usufruire delle cure mediche di cui necessitava.
Pochi mesì fà l’ho incontrato per l’ultima volta in carcere e mi ha lasciato quell’incontro un profondo senso di tristezza e indignazione, perchè un anziano di 79 anni non può vivere - e morire! - in quelle condizioni.


Francesco Caruso

 

Fonte: Facebook

SONO STRAMALEDETTAMENTE STANCO DI VERGOGNARMI DI ESSERE ITALIANO!!!

16.6.09

Il vergognoso programma del partito nazionalista italiano

No nazi È curiosamente sparito il programma contenuto nel sito del Partito Nazionalista Italiano, ispiratore delle 'ronde nere'.

PeaceReporter lo aveva salvato, e lo ripropone per chi, volendo capire questo nuovo fenomeno italiano, lo volesse leggere.

Sul Partito Nazionalista Italiano la magistratura ha aperto una inchiesta, le ipotesi di reato sono diverse, e i magistrati indagano anche per il reato di ricostituzione del partito fascista e di apologia del nazismo.
PeaceReporter mette a confronto per i suoi lettori il programma di questo nuovo partito italiano con il programma del partito nazista scritto nel 1920.
A voi, e alla magistratura, il giudizio.
Leggendoli uno di fianco all'altro non si fatica a capire come mai il programma del P.N.I. sia stato frettolosamente cancellato dal sito.



IL PROGRAMMA DEL PARTITO NAZIONALISTA ITALIANO RIMOSSO DAL SITO


CONFRONTO TRA IL PROGRAMMA DEL PARTITO NAZIONALISTA ITALIANO E IL PROGRAMMA DEL PARTITO NAZIONALSOCIALISTA DEI LAVORATORI


Fonte: Peacereporter



ABERRANTE, SCONVOLGENTE, ORRIPILANTE, RACCAPRICCIANTE, VOMITEVOLE, VERGOGNOSO...

BASTA, NON TROVO ALTRI AGGETTIVI PER ESPRIMERE CIO' CHE PROVO NEI CONFRONTI DI QUESTA GENTAGLIA, O FORSE NON ESISTE UN AGGETTIVO ADATTO!!!

10.6.09

Nigeria, Shell paga 15,5 milioni di dollari

Quattordici anni dopo la morte dello scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa, Ken Saro Wiwa

il colosso petrolifero anglo-olandese Shell ha accettato di pagare 15 milioni e mezzo di dollari (11,1 milioni di euro) per evitare di comparire in un imbarazzante e clamoroso processo. La compagnia petrolifera era perseguita dal 1995 per complicità con l'ex-regime militare nigeriano per quel che riguarda l'esecuzione di sei civili, che si opponevano ai suoi metodi di estrazione del petrolio. Tra le vittime lo scrittore e attivista ambientalista Ken Saro-Wiva.
Il gesto significa che, anche se Shell non ha partecipato alle violenze che sono avvenute, ci sono dei querelanti e delle persone che hanno sofferto" ha dichiarato in un comunicato Malcolm Brinded, che dirige il ramo esplorazione e produzione di Shell. Il gigante anglo-olandese ha dichiarato di aver acettato di regolare la faccenda per aiutare il "processo di riconciliazione", mentre continua a operare in Nigeria, pur negando qualsiasi implicazione nella morte del poeta Ken Saro-Wiwa e di altri cinque attivisti dei diritti dell'uomo e della protezione dell'ambiente, che avevano manifestato nella regione di Ogoni, nel sud della Nigeria. "Penso che mio padre sarebbe felice di questo risultato", ha detto in un'intervista telefonica dalla sua abitazione di Londra il figlio dello scrittore Ken Saro-Wiwa Jr., 40 anni: "il fatto che la Shell sia stata costretta a patteggiare per noi è una chiara vittoria".

Dal canto suo Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York che avviò la causa contro la Shell nel 1996 commenta: "basta questo a riportare in vita i nostri assistiti? Certamente no ma è un messaggio chiaro a tutte le multinazionali che operano nei paesi in via di sviluppo: per fare affari non si possono più violare i diritti umani. Nessuna corporation può più contare sull'impunità. l'accordo di oggi è sostanzialmente un'assunzione di responsabilità".
Ken Saro-Wiwa e altri otto attivisti vennero impiccati il 10 novembre 1995 al termine di un processo farsa. Fondatore del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (Mosop), Saro-Wiwa si batteva da anni contro i danni ambientali causati dalle attività petrolifere della Shell nella regione dell'Ogoniland, nel sud della Nigeria, e contro la miseria e l'arretratezza a cui il governo nigeriano condannava il suo popolo. Lo scrittore era riuscito a mobilitare migliaia di persone, a bloccare la produzione di greggio della Shell e a minare il sistema di corruzione e autoritarismo su cui si reggeva il regime di Abacha. Prima che venisse impiccato, Saro-Wiwa disse: "Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua".
Per il figlio dell'attivista, Ken Saro-Wiwa Junior, l'avvio del processo, circa due settimane fa, aveva segnato una prima vittoria della lotta del padre, portata avanti in tutti questi anni. "In qualche modo abbiamo già vinto perchè una delle ultime cose che mio padre disse era che un giorno la Shell avrebbe passato i suoi giorni in tribunale - dice Saro-Wiwa Junior, 40 anni, in un'intervista rilasciata all'Associated Press - noi riteniamo che siano sfuggiti alle loro responsabilità per quanto accaduto in Nigeria, per questo vogliamo che le sue parole diventino realtà".

Shell


Shell ha sempre respinto tutte le accuse. "Shell non ha in alcun modo incoraggiato nè sostenuto alcun atto di violenza contro gli attivisti della gente Ogoni e cercò di persuadere il governo a essere clemente - aveva detto un portavoce della multinazionale, Stan Mays- con nostro profondoa rammarico quel nostro appello e gli appelli di molti altri rimasero inascoltati e fummo scioccati e rattristati quando arrivò la notizia". La Shell non ha potuto più operare in Ogoniland dal giorno della morte di Saro-Wiwa e oggi sarà chiamata a rispondere anche di complicità nella tortura, nella detenzione e nell'esilio del fratello dell'attivista, Owens Wiwa.
Una versione che non ha mai convinto i familiari dello scrittore ucciso. "Noi sappiamo che ci sono le loro impronte digitali su tutti i casi di tortura, uccisione ed esecuzioni extra-giudiziari della gente Ogoni tra il 1993 e il 1996 - aveva detto sempre in apertura di processo Saro-Wiwa Junior - garantivano sostegno logistico ai soldati coinvolti in questi abusi contro gli Ogoni".
I militanti Ogoni sono riusciti a portare in aula una causa vecchia 14 anni in virtù di una legge che consente di perseguire un'azienda, che vanta una significativa presenza negli Stati Uniti, anche per crimini commessi all'estero. E i querelanti auspicano che la causa rappresenti anche un monito alle aziende che operano oggi nel Paese. Anche se vecchia di 14 anni, infatti, la vicenda è ancora di forte attualità in Nigeria, dove i militanti non-violenti del Mosop di Saro-Wiwa, che praticavano la disobbedienza civile, sono stati rimpiazzati dai militanti del Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger (Mend), che ricorrono a sequestri, boicottaggi e scontri armati per perseguire gli stessi obiettivi.
A una domanda dell'Apcom, se la loro lotta si ispiri a Saro-Wiwa, il Mend ha risposto: "In questa parte del mondo, la disobbedienza civile non funziona. E' stata praticata da Ken Saro-Wiwa e da altri prima di lui. La disobbedienza civile ha portato alla nostra gente attacchi da parte dell'esercito nigeriano, villaggi rasi al suolo, l'uccisione di un numero imprecisato di giovani e lo stupro delle nostre donne. Per quasi 40 anni abbiamo provato a ricorrere a mezzi pacifici di lotta, ma non abbiamo ottenuto alcun risultato. Abbiamo così deciso di adottare il nostro piano B, la lotta armata, e questa sembra funzionare".
Sebbene la Nigeria sia uno dei principali produttori di petrolio, la maggioranza della popolazione nigeriana vive ancora oggi in condizioni di estrema povertà a causa della corruzione e dell'incapacità della classe di governo. Si stima che dal giorno dell'indipendenza, nel 1960, la corruzione sia costata alla Nigeria oltre 380 miliardi di dollari. Da parte sua, l'industria petrolifera ha causato gravi danni ambientali alla regione meridionale del Paese. "Nessuno nega alla Shell il diritto di produrre idrocarburi - aveva detto Saro-Wiwa Junior - ma bisogna farlo rispettando l'ambiente e i diritti umani".

Fonte: Arcoiris

9.6.09

Angelo Quattrocchi ci ha lasciato

Angelo Quattrocchi L'editore della della casa editrice indipendente Malatempora è morto ieri dopo una lunga malattia.

Angelo Quattrocchi, l'editore di Malatempora, ci ha lasciati.

Per qualche tempo Malatempora andrà in pausa, sospendendo l'uscita del magazine e le pubblicazioni in modo da riorganizzarsi per il futuro.

"Ringraziamo tutti gli amici ed i nostri lettori che si sono stretti intorno a noi in questi giorni e che ci hanno sostenuto in vari modi" ha fatto sapere il collettivo di Malatempora in una comunicazione congiunta con i figli.

Angelo Quattrocchi è stato corrispondente per 'L'Avanti' e ha lavorato per numerosi giornali underground inglesi e americani.

Tra i suoi venti e più libri ricordiamo "E quel maggio fu: rivoluzione!"; "Wounded Knee: indiani alla riscossa"; "Come e perché difendersi dalla tv" e "Ultimi fuochi".

Negli ultimi anni si era attivamente impegnato con i compagni che si battono contro la tortura tecnologica in Italia, partecipando anche ad alcune manifestazioni.
In particolare,nel 2006, aveva pubblicato il noto libro "La tortura nel Bel Paese", di Romano Nobile e, nel 2007, "Isegreti di Montecitorio", di Mauss.

Attualmente dirigeva la Casa editrice Malatempora, da lui stesso fondata, per cui sta per uscire una nuova edizione della sua raccolta di racconti erotici "Carnalità".
In coedizione con Malatempora, recentemente Terra Nuova aveva pubblicato il volume "Comuni, comunità ed ecovillaggi" di M. Olivares.

Ciao Angelo!

Fonte: Indymedia

8.6.09

6.6.09

Speciale elezioni

 

 

Vauro elezioni giugno 2009

 

Fonte: Vauro