13.9.08

Barak Obama



Se gli Stati Uniti d’America sono una repubblica formalmente dotata di istituzioni democratiche va subito detto che la convenzione di Denver e quella di St. Paul non hanno fornito un fulgido esempio della presenza di quelle istituzioni. Non si tratta solo della scelta preordinata dei due candidati alla Presidenza – sono ormai decenni che le convenzioni non assolvono più questo compito e tanto meno quello di esprimere proporzionalmente le scelte minoritarie emerse dalle primarie – ma di qualcosa di molto più negativo che viene passato sotto silenzio dalla perfetta orchestrazione dei mass media nazionali e, per quel poco che contano, internazionali: la carenza o l’assenza di un’informazione adeguata sulle alternative politiche, economiche e militari su cui dovrebbe cadere la scelta definitiva dell’elettorato il primo martedì di novembre.

Dall’una e dall’altra kermesse sono indubbiamente emerse la differenza caratteriale e la nobiltà di intenti di Barack Obama e di John McCain, nel primo caso la designazione innovativa di un afro-americano alla guida di un paese in crisi, nel secondo quella più convenzionale e conservatrice di un “eroe” della guerra perduta in Vietnam. La selezione dei due vice non induce a pensare che nelle poche settimane che mancano alle elezioni essi possano dare un contributo al patrimonio di conoscenze dell’opinione pubblica sulle alternative politiche presentate alla nazione, molto probabilmente perché queste alternative più o meno radicali non vengono contemplate dall’una o dall’altra parte: il senatore democratico di lungo corso Joe Biden è stato prescelto da chi lui stesso aveva definito pochi mesi prima un “nero pulito”, per la sua verbosa aggressività a tutto campo (un misto tra i Berlusconi e i Calderoli nostrani), lo stesso vale per la governatrice ultrà dell’Alaska, la repubblicana Sarah Palin che, per rimanere nel nostro ambito provinciale, ci ricorda in tutto e per tutto Daniela Santanchè. La missione loro affidata è quella dello “mud slinging”, l’impetuoso lancio di fango sugli avversari ed ambedue hanno già palesato grande impegno in questa nobile arte. Ma anche questa reciproca diffamazione ad oltranza non sortirà probabilmente il risultato desiderato, non determinerà cioè l’indirizzo del voto di novembre.

La situazione è paradossale, con pochi precedenti nella storia della repubblica stellata, forse quello di Richard Nixon il cui livello di impopolarità alla vigilia dello Impeachment si avvicinò a quello raggiunto oggi da George Bush. Otto anni di catastrofica gestione repubblicana della cosa pubblica, di sanguinose guerre al terrorismo combattute contro bersagli sbagliati, di espansionismo sfrenato dell’Impero che ha spalancato le porte ad una nuova guerra fredda, di mano libera ai “free marketeers”, un termine che in italiano suona come “liberi marchettari”, di impoverimento generalizzato del paese, di indebitamento pubblico a livelli astronomici, di offese sempre più incalzanti e brutali all’ambiente – Gustav e gli altri disastri naturali secondo l’amministrazione non hanno avuto nulla a che fare con il riscaldamento del pianeta – dopo tutto questo e molto altro una vittoria democratica alle urne dovrebbe essere più che scontata. Se non ci sarà - ha scritto Martin Kettle sul quotidiano britannico “The Guardian” – vuol dire che solo un’insurrezione armata potrà portare un democratico alla Casa Bianca.
Chi scrive ha trascorso 38 anni della sua movimentata carriera giornalistica negli Stati Uniti d’America, ha seguito diciotto convenzioni democratiche e repubblicane, ha riferito con entusiasmo di altri tentativi di candidati afro-americani di raggiungere il vertice del potere esecutivo – Shirley Chisholm e Jesse Jackson – e su questa lunga esperienza ha maturato la convinzione che neanche l’intervento della 82ma divisione aerotrasportata riuscirebbe ad insediare Barack Obama nell’ufficio ovale della Casa Bianca.

A St. Paul, la città gemella del Minnesota, i repubblicani bushevichi e postbushevichi hanno lanciato le solite accuse contro il partito democratico, il partito carente in materia di difesa nazionale e incline ad aumentare le tasse: una campagna politica rituale, condita dalle improvvisazioni populiste del “maverick” McCain, ma destinata unicamente a mimetizzare la convinzione, condivisa anche da vasti settori dell’elettorato democratico, che sarà il razzismo, l’avversione pregiudiziale ed inconfessabile ad una coppia di afro-americani da installare alla Casa Bianca, a determinare l’esito del voto; per evitare anche, come ci ha detto con aria compunta un giornalista newyorchese, che un’ennesima tragedia insanguini la bianca magione di Pennsylvania Avenue. E non è mancata la fioritura delle peggiori battute da umor nero, come quella che vede Obama davanti alle porte del paradiso alle prese con un San Pietro che non lo riconosce e gli chiede quale sia stato il suo mestiere sulla terra: “Sono stato per venti minuti presidente degli Stati Uniti” è la risposta sconsolata dell’interpellato.

Il tema del razzismo non è stato naturalmente menzionato a Denver e a St. Paul: si è parlato dei valori della famiglia, ammirevole a questo proposito il discorso di Michelle Obama, meno ammirevole quello di Cindy, la moglie miliardaria di John McCain, piuttosto esperta in materia di rottura di unità familiari e si è parlato anche troppo nella convenzione democratica del tardivo allineamento di Hillary Clinton a sostegno della candidatura di Barack Obama, ma poco si è saputo se tale allineamento sia stato pagato con il rimborso di cinque milioni e ottocento mila dollari spesi di tasca propria dai Clinton nell’ultima e fallimentare fase delle primarie.

E veniamo ora all’eccezionalità della candidatura di un afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti, un evento di indubbia rilevanza storica anche se sarà di breve durata. Le nostre simpatie vanno naturalmente a Barack Obama, anche se la sua recente strumentale involuzione conservatrice, ha fatto rizzare i capelli in testa ai suoi giovani sostenitori e a tutti quegli elementi più progressisti del partito democratico che tanto si erano adoperati per la sua ascesa, inizialmente tutt’altro che irresistibile. E’ un uomo intelligente, di discreta cultura nei termini relativi della classe politica statunitense, cita per intero il nome di John Maynard Keynes, conosce di persona il rockettaro eversivo Chris Ludacris, ha un’oratoria forbita e suasiva, modulata nel suo discorso di accettazione su toni e decoro presidenziali. E poi gli piace mangiare insalate di rucola.

Gli “altramericanisti” nostrani, quelli che credono ad un’america diversa, buona, giusta e veramente democratica, primo tra tutti il Walter Veltroni dello “Yes, we can”, hanno esaltato la sua apparizione sulla scena politica. Temo che meriteranno tra qualche settimana la stucchevole filastrocca onomatopeica del cafone di Pescara sulla pioggia, il pineto ed Ermione: “E piove… sulla favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude o Obama…”.

Fonte: Lucio Manisco



NATURALMENTE NON MI SENTO IN GRADO DI FARE PREVISIONI....
I SONDAGGI, MEGLIO LASCIARLI PERDERE, SBAGLIAMO UNA VOLTA SI' E L'ALTRA PURE!
DICO SOLTANTO CHE MI FAREBBE ENORME PIACERE SE BARAK OBAMA RIUSCISSE A SPUNTARLA E SE FOSSI CITTADINO STATUNITENSE VOTEREI SENZA DUBBIO PER LUI; SONO ESTREMAMENTE CERTO, IN OGNI CASO, CHE MOLTO POCO CAMBIEREBBE IN UN PAESE DOVE SONO LE MULTINAZIONALI, I PETROLIERI E GLI INDUSTRIALI DELLA GUERRA AD AVERE IN MANO IL POTERE.
POCHE ILLUSIONI QUINDI!!!

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